Rischio di fallimento nel franchising: la correlazione tra dinamiche settoriali e flessibilità del sistema

La cura della persona, i centri estetici, le palestre, gli asili, i centri di intrattenimento sono tornati al centro della crescita del franchising. Il settore continua a crescere nonostante la pessima situazione economica. L’inflazione è maggiore della crescita del PIL, ma questa formula sembra non perdere smalto.

Sta però cambiando: si modificano le soluzioni organizzative e le strategie delle reti franchisor, ma anche gli ambiti ove la formula si diffonde. Al salone Franchising & Partnership di Milano si nota infatti come siano tornati alla ribalta settori lo scorso anno fuori dal gioco. E’ il caso del turismo, che, dopo un anno difficile, si è riaffacciato con forza alla manifestazione. Le proposte di questo settore pesano il 6% dell’offerta totale. Anche l’abbigliamento e gli accessori sono un altro comparto dalla dinamica vivace: passati in secondo piano rispetto ai servizi, nel 2003 sembrano essere il settore con il maggiore tasso di sviluppo. Entrano marchi internazionali, ma anche aziende italiane stanno aprendo reti in franchising per il proprio sviluppo commerciale. L’abbigliamento intimo, l’abbigliamento per bambini e le calzature fanno segnare incrementi del 6-8%. E’ un comparto che pesa oltre il 26% dei franchisor in Italia.

Ma i franchisee si domandano quanto questi cambi settoriali siano strutturali o dipendano de situazioni tattiche, contingenti. In realtà il franchising dipende dall’andamento dei settori economici sottostanti: è una formula anche anticiclica, seppur faccia evidenziare una crescita continua indipendentemente dalla crescita o contrazione economica dello scenario.
Anticiclica perché si tratta, per le aziende, di una modalità di outsourcing distributivo: i franchisor esternalizzano ai franchisee la gestione operativa e gli investimenti sui punti vendita. E’ nella logica della maggior flessibilità richiesta in questa periodo storico. Le sicurezza vengono meno; ognuno si fa carico delle proprie responsabilità. Il lavoro flessibile, le pensioni che cambiano.Anche i franchisee entrano in questa logica. Crescono come numero, ma si tratta di imprenditori che assumono in proprio il rischio di sopportare una flessibilità del sistema. Per i franchisor, i franchisee rappresentano una riduzione del tasso di rischio nello sviluppo di strategia distributive. Consentono, lo si sa, una leva di incremento rapido e con risorse contenute , per piani di sviluppo commerciale. In Italia ed all’estero.

Ma come leggere queste due tendenze: spostamenti settoriali e urgenza di flessibilità nel sistema?
C’è una correlazione. La flessibilità esiste, ma è maggiore in settori non in espansione. Dove c’è crisi, esiste infatti il rischio che il franchisor sposti deliberatamente il rischio di rimanere bloccato da uno scenario economico discendente sul franchisee. E’ lui infatti che investe e si attende un pay back degli investimenti in un dato arco temporale. Se i consumi calano ed i fatturato non si rivelano quelli previsti, è il franchisee a non poter ammortizzare adeguatamente i propri investimenti e a non poter contare s sufficienti margini operativi per pagare i propri costi gestionali. Secondo una ricerca Gallup degli inizi degli anno ’80, il tasso di mortalità dei franchisee era meno del 30%, la metà rispetto alle start up autonome. Oggi, mi sembra che questo non sia più vero: il tasso di fallimento dei franchisee è molto più alto.

Olio extravergine di oliva

Tale dicitura è specificata in etichetta. I frantoi solitamente commercializzano sia gli olio extravergine di oliva del proprio territorio (dove confluiscono le olive dei coltivatori della zona), sia olive ed oli di altri territori.

Falanghina

La storia ci consegna quindi un panorama ricco di blasone ed un salto ai giorni nostri ci apre ad una visione sulla Falanghina (distinguibile oggi essenzialmente in due precisi cloni, uno beneventano ed uno tipicamente Flegreo) estremamente più complessa di quanto appare facile decifrare con non poche sfumature in chiaro-scuro, fatto di antiche considerazioni, ataviche convinzioni e come sempre di poca “memoria storica liquida” – come amo definirla io – cioè di bottiglie di vendemmie passate sulle quali realmente costruire anno dopo anno un profilo indentitario di questo vitigno e delle sue varie espressioni ed interpretazioni territoriali.

Aglianico
I vini, prodotti con Aglianico in purezza, dovranno sostare almeno un anno in cantina per le versioni “base”, per tre anni in legno nelle versioni “Vecchio” e per cinque in quelle “Riserva”.
Sarà inoltre predisposta una tipologia “Superiore” per i vini aventi titolo alcolometrico volumico superiore a quello del disciplinare (vol. 12%) di almeno un grado.
Ma che vino si ottiene dall’Aglianico?